John Wesley

Wesley diventò un diacono della Chiesa di Inghilterra nel 1725, e circa tre anni dopo diventò un prete. Nel 1735, viaggiò in America per predicare il cristianesimo. Così lo troviamo un ministro del Vangelo, predicatore da più di 10 anni, completamente onesto e sincero, ma senza un cambiamento di cuore. Desiderando qualcosa di più di essere dotto, lo cercò nelle buone opere. Ecco come raccontò la sua esperienza:

Nel 1730 iniziai a visitare i carceri, ad aiutare i poveri e malati, ed a fare il buono che potevo ai corpi e alle anime degli altri. Rimossi le superficialità, e qualche necessità, della vita. La primavera seguente cominciai a osservare i digiuni di mercoledì e venerdì spesso osservati nella chiesa primitiva – non mangiavo prima delle 3 del pomeriggio. Allora non sapevo che cosa potessi fare di più. Combattei diligentemente contro ogni peccato. Non tralasciai nessuna forma di autorinnegamento che era lecita. Usavo attentamente, sia in pubblico che in privato, ogni mezzo di grazia ad ogni opportunità. Ma tutto questo lo sapevo di essere niente, se non fosse diretto verso una pietà interiore. Così cercai l’immagine di Dio, facendo la sua volontà, non la mia. Eppure, dopo diversi anni comportandomi in questo modo, quando mi trovai vicino alla morte, scoprii che questa grazia non mi dava nessun conforto, né la sicurezza di essere accettato da Dio. Rimasi molto sorpreso, non credendo che per tutto questo tempo aveva costruito sulla sabbia, né considerando che nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù (1Corinzi 3:11).

Poco dopo, un uomo contemplativo mi convinse ancora di più che le opere esteriori, se sole, non sono niente. Consigliò la preghiera interna, ed esercizi simili, come il mezzo più efficace di purificare l’anima e di unirla a Dio. Per dire la verità, questi esercizi furono in realtà la ricerca della mia giustizia, tanto quanto le mie buone opere ma con un altro nome. In questo modo raffinato di fidarmi delle mie opere e della mia giustizia (inculcata così zelosamente da scrittori mistici), proseguii pesantemente, non trovando nessun conforto o aiuto. Non conoscendo la giustizia di Cristo che, per mezzo di una fede vivente in lui, porta la salvezza di chiunque crede (Romani 1:16), cercai di stabilire la mia giustizia, e così mi affaticai nel fuoco tutti i miei giorni. In questo stato, combattevo di continuo ma non conquistavo. Prima, aveva volontariamente servito il peccato; allora non era volontariamente, ma lo servivo ancora. Combattevo contro il peccato, ma non ero liberato da esso, né avevo la testimonianza dello Spirito con il mio spirito, e, infatti, non poteva averla perché la cercavo non per fede, ma mediante le opere della legge.

Quando ritornai in Inghilterra in gennaio 1738, ero convinto che la causa dei miei problemi era l’incredulità, e che ottenere una fede vera e vivente era la cosa di cui avevo bisogno. Ma non fissavo ancora questa fede sul suo oggetto giusto; volevo dire solo una fede in Dio, non fede in o mediante Cristo. Non sapevo di essere totalmente senza questa fede, solo che non ne avevo abbastanza. Quando quindi sentii che la vera fede in Cristo aveva due frutti, il dominio sul peccato e una pace costante da un senso di perdono, mi stupii, e pensai che fosse un nuovo Vangelo. Se fosse così, chiaramente non avevo fede. Ma non volevo esserne convinto.

Così consultai le Scritture. Quando misi da parte le aggiunte di altri, e considerai semplicemente le Parole di Dio, confrontandole, spiegando i brani difficili con quelli più semplici, trovai quanto parlavano tutti contro di me. Fui completamente convinto e, per la grazia di Dio, risolsi di cercare la vera fede fino alla fine

1. rinunciando ogni dipendenza, anche parziale, sulle mie opere o sulla mia giustizia, su cui avevo in realtà la mia salvezza fin dalla mia gioventù, e

2. aggiungendo all’utilizzo costante di tutti gli altri mezzi di grazia, la preghiera continua per questa cosa, la fede che giustifica e salva, una dipendenza totale sul sangue di Cristo sparso per me, una fiducia in lui come mio Cristo, la mia unica giustificazione, santificazione e redenzione.

Continuai così a cercarla (benché con una strana indifferenza, freddezza e ritornando frequentemente al peccato) fino al 24 maggio, quando aprii il mio Testamento a queste parole: Ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura (2Pietro 1:4). Dopo aver chiuso il libro, lo aprii di nuovo alle parole, Tu non sei lontano dal regno di Dio (Marco 12:34). Nel pomeriggio dello stesso giorno fui invitato ad andare alla cattedrale di San Paolo. L’inno fu, “Dal profondo ho chiamato te, o Signore; Signore, ascolta la mia voce”. La sera andai non molto volontariamente ad un’associazione, dove qualcuno leggeva il prefazio di Lutero all’epistola ai Romani. Alle 9.15 circa, mentre descriveva il cambiamento che Dio opera nel cuore mediante la fede in Cristo, mi sentii il cuore stranamente riscaldato. Mi sentii che veramente mi fidavo in Cristo, in solo Cristo, per la salvezza: e un’assicurazione mi fu data, che aveva preso i miei peccati, anche i miei, e mi ha salvato dalla legge del peccato e della morte.

Dal libro Desiderare Dio di Passaggio, pagine 154-156 – laparola.net

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0 thoughts on “John Wesley

  1. … Ben sappiamo che quest’ é la situazione di tanti di noi, che crediamo essere già arrivati ad un punto cosi lontano di “fede” che non ci conviene tornare indietro e rivedere se veramente siamo stati trasformati dalla parola o se il percorso di trasformazione é eminente e reale nelle nostre vite, raccontato da un uomo cosi grande per il suo cammino di fede e esperienza, ci riaccende la speranza che, se stiamo dentro alla stessa situazione vissuta da J.Wesley, ancora siamo in tempo per rivederci e cercare il calore che trasformerà realmente il nostro cuore, purchè non sia unita ad un calore fisico come ha sentito J.Wesley… Apri i miei ochi Signore, apri i miei ochi signor, voglio vedere…. “Parole di veritá, cambiano pensieri di bugia”

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