Sudan, alle urne il Sud cristiano

JUBA (Sud Sudan) – Il Sud Sudan è polveroso e pieno di problemi. Tra poco sarà uno Stato poverissimo ma ricco di petrolio. Per una settimana a partire da domani 4 milioni di cittadini voteranno per il referendum che sancirà l’indipendenza del Paese da Khartum. Per le strade sterrate di Juba, la capitale, ma ovunque nel Paese, non si parla d’altro che del referendum, di quanto è costato caro, milioni di morti e di sfollati in due guerre civili, e di quanto le cose andranno meglio una volta ottenuta l’indipendenza. Il quorum è al 60 per cento ma ci si aspettano percentuali vicine al 100 per cento. Per tutti, dai politici ai comuni cittadini, la separazione del Sud cristiano e animista dai musulmani del Nord sembra essere la panacea di tutti i mali. Talmente benefica da far dimenticare i problemi, che sono tanti.

A cominciare dal rischio di nuovi conflitti. «Non ci sarà una nuova guerra con il Nord, adesso per noi è il momento dello sviluppo, il Sud troverà la sua strada pacificamente», dice Kallo Musa Kunda, ex combattente che lavora nella sicurezza privata. Altro è il punto di vista delle organizzazioni internazionali che hanno già pronti piani precisi per assistere le vittime di scontri e tensioni al confine tra Nord e Sud, in particolare negli Stati di Abiey e Unity, quelli dove c’è il petrolio o la cui destinazione finale non è stata ancora decisa. Lì la violenza è data per probabile, anche se localizzata. «Il momento peggiore non sarà durante i 7 giorni di voto, perché avremo gli occhi del mondo puntati addosso, ma durante il conteggio delle schede, che durerà quasi un mese», dice un militante dell’Splm, il movimento di liberazione diventato partito di governo, durante uno dei comizi conclusivi della campagna elettorale. Qui tutte le canzoni della manifestazione sono canti di liberazione o inni ai benefici del referendum.

Siamo a Yambio, minuscola capitale del Western Equatoria, al confine con il Congo. Un altro mondo rispetto a Juba e al Nord. Il politico atteso è Pagan Amun, segretario generale dell’Splm: è una personalità, erano settimane che si attendeva la sua visita. Arriva infatti con 4 ore di ritardo, preceduto da decine di fuoristrada e in compagnia di almeno una trentina di soldati armati di Kalashnikov che lo proteggono a ogni mossa. Quando parla spiega anche al pubblico come si vota: pollice nell’inchiostro e via all’indipendenza. I seggi sono spesso sotto agli alberi di mango: qui i politici locali radunano la popolazione per le ultime spiegazioni.

«Stiamo facendo la storia, stiamo cambiando la mappa del Sudan, dell’Africa, del mondo». A parlare è un uomo istruito, Wilson Aganwa, che lavora per un’ong sudanese. «Il referendum è una grande opportunità, lo volevamo da 55 anni, ce lo siamo guadagnato con il sangue».

Il Sud Sudan parte però dal fondo. Ha una delle popolazioni più povere del mondo: oltre il 60 per cento vive al di sotto della soglia di povertà. Questo pur essendo una terra ricca di petrolio, di uranio, di gomma arabica (quella della Coca-Cola) e di acqua, quella del Nilo. Di questo ha parlato proprio Pagan Amun, segretario dell’Splm e ministro della Pace del governo di Khartum: «La grande sfida è costruire una nazione partendo così dal basso, dopo essere stati schiavizzati, colonizzati, marginalizzati. Dopo che il Nord ci ha negato tutte le possibilità di sviluppo. Noi ci stiamo provando».

La vulgata che gira per le strade e nei mercati è questa: è tutta colpa dei nemici del Nord. «Il Sud manca di tutto, di strade di ospedali, di case, di scuole: il governo di Khartum non ce li voleva costruire anche se il petrolio è a Sud e non a Nord» accusa ancora Light Wilson Aganwa. Gli fa eco il ministro degli Affari legali, John Luk, rispondendo alla domanda sulla mancata redistribuzione dei redditi del petrolio in questi ultimi 5 anni in cui il governo del Sud ha ricevuto il 50 per cento dei proventi: «Khartum ci escludeva dalla vendita del petrolio e ci arrivavano meno soldi. Adesso che la gestiremo noi la gente vedrà i risultati». Diversa la visione delle migliaia di operatori umanitari con base a Juba e nelle province del Paese. Osservatori che vedono i problemi e parlano di «un governo locale già gravemente intaccato dalla corruzione, fatto di ex combattenti che una volta deposte le armi non riescono a gestire la macchina di uno Stato. E dell’assenza di una giovane classe dirigente in grado di rimpiazzarli».

C’è poi il problema dei profughi di ritorno. La seconda guerra civile sudanese ha provocato 4 milioni di rifugiati e sfollati, per la maggior parte scappati a Nord dove la maggioranza vive ancora in enormi campi alle porte di Khartum, spesso discriminata per la religione cristiana in un Paese in cui vige la sharia. Molti sono tornati dopo la pace nel 2005 ma moltissimi stanno tornando adesso. Giovanni Bosco, Capo dell’ufficio dell’Onu che coordina gli aiuti umanitari, parla di numeri altissimi: «Sono già arrivate 140 mila persone ma ne potrebbero tornare 800 mila, e tornano per restare perché hanno paura di come possono andare le cose al Nord dopo la secessione. Non sanno dove andare perché le terre che hanno abbandonato durante la guerra sono occupate». Il ritmo è di 2000 al giorno: arrivano in aereo, con le chiatte sul Nilo e in estenuanti viaggi in autobus. Tranne che a Juba, il Sud Sudan non ha strade asfaltate, solo piste di terra rossa: viste dall’alto di un aereo sembrano le lunghe vene di una terra arida e marrone su cui crescono soprattutto cespugli. A percorrerle in macchina è tutta un’altra storia, e si rimpiange l’asfalto. Il Sud Sudan è un luogo polveroso e difficile. La cosa migliore è sperare in giorni migliori e questo è il momento giusto per farlo.

di: Jacopo Arbarello
da: La Stampa
data: 8 gennaio 2010

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