Da Porte Aperte dossier Egitto

VERONA – Porte Aperte titola “Egitto: una prima volta per tutto – dossier”. Riportiamo integralmente il documento.

È la prima volta. Decisamente è la prima volta che accade qualcosa del genere, con queste proporzioni. Non è più “solo” una questione nordafricana, ora a tremare è tutto il Medio Oriente, tutto il mondo arabo.

L’Arabia Saudita sembra congelata col fiato sospeso, ma in realtà sfrutta le proprie influenze per cercare di stabilizzare la regione; lo Yemen “festeggia” il giorno della collera contro il presidente Saleh con migliaia di persone in piazza; il re Abdallah in Giordania è costretto dai manifestanti che chiedono riforme a cambiare il governo; Hezbollah in Libano mette a segno un duro colpo contro il premier Saad Hariri (notoriamente amico dell’occidente) e attende di svolgere di nuovo un ruolo di primo piano, con le solite istanze anti-americane e anti-israeliane; l’Iran getta benzina sul fuoco e lavora alacremente perché l’islam più radicale prenda il sopravvento nelle roccaforti sunnite, mentre più in là il Pakistan fa paura per la congenita instabilità.

A monte, in Nord Africa, dopo aver cacciato Ben Ali, la Tunisia attende la svolta, l’Algeria cerca una difficile transizione, ma non mancano scioperi e proteste, anche eclatanti (nelle ultime settimane almeno 16 persone si sono date fuoco); sul Marocco molti scommettono come prossima tappa della rivoluzione, mentre il Sudan procede il non facile cammino verso la secessione, suffragato dal recente referendum; ed infine l’Egitto, dell’ex-faraone Mubarak, il quale solo qualche settimana fa era convinto di poter consegnare il potere e la presidenza al figlio, come quando, migliaia di anni fa, si diceva al popolo che era il dio-sole a scegliere i figli di Egitto eletti per guidare il popolo.

Eppure Mubarak, fino a ieri alleato prezioso per il mondo occidentale oltre che vera e propria assicurazione vivente per il popolo israeliano, cedendo inevitabilmente lo scettro mette in crisi tutti gli equilibri così come gli Stati Uniti, l’Italia, noi li abbiamo concepiti finora. Non avere più degli alleati aperti al dialogo con l’occidente in questa regione può risultare catastrofico, anche per i cristiani che vivono in queste terre da millenni. Ineluttabilmente si affaccia nel cuore delle proteste l’integralismo islamico, parte integrante di queste società, pronto a predicare il mutamento sociale prima che politico, a negare la validità degli accordi con Israele e a criminalizzare tutto il mondo occidentale e gli infedeli (in primis i cristiani).

Le nostre fonti in Egitto ci dicono che molte chiese sono vuote, non tanto perché si tema un attacco ai cristiani, ma piuttosto perché le strade sono insicure (i morti e i saccheggi lo testimoniano) e perché gli integralisti sono in agguato. Le case dei credenti si trasformano dunque in chiese improvvisate, le riunioni di preghiera diventano una battaglia silenziosa e continua.

«È importantissimo pregare adesso. Le cose potrebbero volgere al meglio, ma in realtà non lo sappiamo. Perciò pregare è essenziale» ci racconta il pastore George.

«Preghiamo per il presidente, che possa fare il bene dell’Egitto e lasciare l’incarico al momento opportuno. Le nostre riunioni sono momenti in cui discutiamo sulla situazione e apriamo i nostri cuori. La situazione per le strade è difficile. A volte si sentono spari e molte persone sono morte. Abbiamo problemi con gli approvvigionamenti. Le infrastrutture del paese sono sotto pressione. Fa paura non sapere cosa accadrà».

Posti di blocco, trasporto pubblico nel caos, coprifuoco, banche chiuse e drastica mancanza di contanti (i bancomat non funzionano) peggiorano la situazione e rendono la vita per gli egiziani in generale e quindi anche per i cristiani (e per chi opera tra i cristiani…) un’odissea.

Chiunque dovesse assumere il potere in Egitto, come in Tunisia o altrove, dovrà subito affrontare i gravissimi problemi economici, perché alla base del malcontento in Medio Oriente ci sono le economie bloccate, incapaci di rinnovarsi di fronte alla crisi mondiale, soffocate dallo statalismo protezionista e dalla corruzione interna. L’islam radicale preme, mentre Israele trema. La piazza in Egitto vuole eliminare un regime considerato corrotto e incapace di affrontare le sfide dei tempi. Questo regime è sempre stato nostro alleato. Continuare a pensare (come molti di noi fanno) che il modello per i giovani arabi siano i paesi come il nostro è forse inesatto. Molto è in gioco nelle prossime settimane e, come diceva il pastore George, adesso è importantissimo pregare.

Fonte: Porte Aperte tramite Evangelici.net

Articoli correlati:

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>