Amici di Gesù

Amicizia

L’amicizia, quella autentica, è una cosa rara e preziosa, soprattutto oggi dove, anche fra di noi, prevale un fortissimo individualismo, tanto, talvolta, da non sapere neanche più che cosa sia una vera amicizia ed essere incapaci di coltivarne una!

Si, è davvero fra i tesori più grandi che si possano avere nella vita quello di poter intrattenere un rapporto sociale caldo ed intimo, di una conoscenza personale che continui attraverso gli anni, di persone sulle quali si possa sempre contare, di confidenti che sappiano tutto di noi e che pure continuino ad amarci e a prendersi cura di noi!

L’amicizia ha pure molto a che fare con l’essere cristiani. Che cosa significa essere cristiani? Una delle più belle definizioni che conosco è questa: i cristiani sono “gli amici di Gesù”. Questa definizione ce la fornisce Gesù stesso al capitolo 15 del vangelo secondo Giovanni. Il tema ricorre anche in alcuni canti cristiani. Chi non ricorda, infatti, l’inno: “Quale amico in Cristo abbiamo”? Sei tu amico di Gesù?

Se già l’amicizia vera, a livello umano, è rara e preziosa, quanti sono coloro che davvero hanno fatto esperienza di quello stretto rapporto con la Persona di Gesù per il quale possono dire: “Io sono amico di Cristo” e cantare quell’inno con piena consapevolezza, celebrando così una realtà di vita vissuta? Eppure a questa amicizia noi siamo chiamati. Che cosa significa? Che cosa implica? Quali ne sono le caratteristiche?

Il testo biblico

E’ quello che vorrei oggi esaminare insieme a voi, partendo proprio dal testo biblico di Giovanni 15, i versetti dal 12 al 16.

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di questo: dare la propria vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udito dal Padre mio. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto sia duraturo, affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome, egli ve la dia” (Gv. 15:12-16).

Il contesto in cui si pone questo frammento di un discorso di Gesù è quello degli ultimi giorni del Suo ministero terreno. Gesù e i Suoi discepoli sono radunati per l’ultima loro cena pasquale. Vi rammentate? Gesù si china a lavare loro i piedi, poi Gesù svela il tradimento di Giuda. Gesù, inoltre, parla loro delle ragioni della Sua partenza e promette loro che riceveranno lo Spirito Santo. Gesù poi parla dell’intima unione fra di Lui e i Suoi redenti usando l’immagine della vite e dei tralci. I Suoi discepoli sono chiamati a portare molto frutto nel mondo a gloria di Dio. Per poterlo produrre, però, è necessario che essi rimangano strettamente uniti a Lui, come appunto il tralcio che trae linfa vitale dalla vite.

E’ proprio a questo punto che Gesù riscalda il cuore dei Suoi discepoli dicendo loro: “Voi siete miei amici” e dimostrando loro come la Sua amicizia nei loro riguardi sia vera e concreta.

L’amicizia definita da Dio stesso

L’amicizia è un valore profondamente radicato nel messaggio biblico, ed in esso noi dobbiamo cercarne la sua definizione e descrizione. Nella Bibbia essa si realizza non solo a livello umano, ma anche fra la creatura umana e Dio. Non è stupefacente questo?

Abramo viene chiamato “amico di Dio” (Is. 41:8). Abbiamo poi l’esempio dell’amicizia fra Davide e Gionathan. La Bibbia dice: “l’anima di Gionathan rimase legata all’anima di Davide, e Gionathan l’amò come l’anima sua” (1 Sa. 18:1). Troviamo poi l’amicizia fra Ruth e la suocera Naomi, quella di Maria con sua cugina Elisabetta, e poi quella dell’apostolo Paolo con Marco, un’amicizia fatta di alti e bassi, ma alla fine saranno riconciliati.

Gesù chiama i Suoi discepoli “amici” quando stanno scoccando le ultime ore della Sua vita. Presto rimarranno soli, proprio come un pilota che debba volare senza più alcun istruttore, o come un giovane chirurgo che, anche lui senza più la presenza rassicurante del suo istruttore, debba prendere nelle sue mani la vita di qualcuno.

Qual è la caratteristica principale di una vera amicizia, il suo principio fondamentale? Quello dell’amore. Gesù dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (12), ed è proprio il comportamento di Gesù verso i Suoi discepoli che definisce “la sostanza” di una vera amicizia.

L’amore diventa in Gesù un imperativo, un comando, ciò che produce e conserva l’amicizia. E’ un amore totale, un amore intenso e dimentico di sé stesso. Non si tratta di un’emozione passeggera, di sentimentalismo, e neanche solo di una “simpatia”. Per Gesù l’amore è una forza morale che si esprime nell’ubbidienza alla volontà di Dio Padre, consapevole che solo così, solo in questo, l’essere umano giunge al suo compimento, alla sua migliore realizzazione.

Non un rapporto interessato

Gesù chiama e considera i discepoli Suoi amici. Questo fatto è tale da ridefinire totalmente il modo in cui noi comprendiamo i rapporti con gli altri.

Gesù è maestro, il maestro per eccellenza, eppure fra Lui ed i Suoi discepoli deve esserci amicizia. Gesù è tutt’uno con Dio Padre. Dio è Padre, e noi i Suoi figli adottivi, eppure fra il Padre e i Suoi, vi deve essere amicizia. Gesù è il Re dei re ed il Signore dei Signori, il Sovrano, eppure fra di Lui ed i Suoi sudditi vi deve essere amicizia, non sudditanza. Questo concetto Gesù lo mette bene in evidenza nel nostro testo: “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone” (15).

Tutto questo non pregiudica il rapporto fra superiore ed inferiore, che rimane. Dio rimane Dio e noi Sue creature, dipendenti e tenute al massimo rispetto ed ubbidienza. Egli però vuole che fra Lui e noi vi sia autentica amicizia.

Un simile concetto resta del tutto rivoluzionario. Per alcune religioni autoritarie di questo mondo, un’amicizia con Dio è blasfema e impensabile. Anche fra di noi alcuni hanno il concetto di un Dio distante, lontano, magari di Dio come severo giudice, eppure il nostro rapporto con Lui, nella prospettiva di Cristo, deve essere quello dell’amicizia, senza per questo pregiudicare la debita distanza fra noi e Lui e che Egli sia e rimanga Giudice.

A volte il rapporto di alcuni con Dio è del tutto interessato: “Io crederò in te, ti pregherò, mi interesserò di te, se solo tu mi benedici, mi dai questo o quello”. Un rapporto con Dio basato sull’amicizia, però, è una fede che non si aspetta nulla in contraccambio. “Ho rapporto con Dio perché Lo amo, indipendentemente da ciò che potrei ricavarne, anzi, voglio fare la Sua volontà solo per fargli piacere, …anche se non ne ricevessi nulla indietro”. Rivoluzionario, questo concetto, non è vero?

A volte si sottolinea, magari con fastidio, che “la religione” voglia dire “servitù”, asservimento a Dio ed alle Sue leggi. Questo ripugna alla “indipendenza” umana. Il servizio certo a Dio è dovuto, ma il nostro rapporto con Lui deve rientrare, secondo Gesù, nel contesto dell’amicizia. Gesù, infatti, dice: “Io non vi chiamo servi… vi chiamo amici”.

I rabbini non chiamavano i loro discepoli “amici”, c’erano dei confini da rispettare. Per Gesù, nonostante tutta la Sua autorità, dire: “Voi siete miei amici” sarebbe come se, mettiamo, la Regina Elisabetta d’Inghilterra dicesse: “Non chiamatemi più Sua Maestà, chiamatemi: Bettina”.

Gli schiavi dovevano ubbidire ciecamente, ma gli amici agiscono in completa trasparenza l’uno verso l’altro. Gli amici si rivelano, gli amici non nascondono informazioni l’uno con l’altro. “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone” (15). Un amico si sceglie, uno schiavo si prendeva, si ereditava, o si comprava.

Un amico comprende la richiesta di un amico di fare una certa azione, ed agisce sulla base di informazioni condivise. Uno schiavo deve ubbidire anche se non capisce il senso, la finalità di un ordine che riceve. Un amico ama, uno schiavo ubbidisce.

Il cristiano serve perché ama. Amore e servizio sono per lui intimamente connessi. Per lui l’ubbidienza a Dio non è un fardello, comporta gioia, la gioia di un’amicizia. Quando qualcuno, leggendo le epistole di Paolo, legge la definizione che egli dà di sé stesso: “Paolo, servo di Gesù Cristo”, ne rimane inorridito e scandalizzato, questi non ha compreso, però, che Paolo serve Dio con gioia, per amore, e con riconoscenza, consapevole di ciò che Gesù ha compiuto per noi.

La sua iniziativa

Quando Gesù ci chiama “amici”, dobbiamo comprendere anche un’altra cosa. L’amicizia è basata sulla scelta di un altro, non sulla nostra scelta. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (16). Gesù ha preso l’iniziativa e ci ha chiamato a diventare Suoi discepoli ed amici.

Talvolta mi chiedo perché l’abbia fatto, perché io riconosco che in me non c’era nulla che avesse potuto attrarre la Sua attenzione. Come l’apostolo Paolo, posso anch’io dire: “io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene” (Ro. 7:18). L’apostolo Paolo, guardando alla sua vita passata, si stupisce non poco che Dio l’abbia chiamato per diventare Suo amico, perché riconosce di essere stato un repellente peccatore, un bestemmiatore, un nemico della verità, un persecutore. E’ il mistero della grazia di Dio, quella grazia che lo conduce pure a dire: “mentre eravamo ancora senza forza, Cristo a suo tempo è morto per gli empi” (Ro. 5:6). Come non stupirci anche noi oggi quando vediamo come Cristo ci chiami, con amore, a Sé stesso, quando noi sappiamo benissimo “chi siamo”, se siamo onesti…

Per Gesù, dire: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”, è come dire: “Io sono la vite, voi siete i tralci” (Gv. 15:5). I tralci non scelgono la vite, crescono da essa o sono innestati in essa.

Sono interessanti già a questo punto, due implicazioni. I tralci farebbero bene ad andare d’accordo l’uno con l’altro ed accettarsi reciprocamente, perché essi sono stati scelti dalla vite, e non viceversa. Questo mi dovrebbe fare molto riflettere sul tipo di rapporti che ho con cristiani di diversa denominazione, che pure, al pari mio, sono stati chiamati a far parte della stessa vite che è Cristo. Posso io nutrire animosità o rifiutare chi, come me è stato chiamato ad essere amico di Cristo?

Inoltre, la metafora vite-tralci è un immagine non gerarchica e persino anti-gerarchica della Chiesa. Non c’è un tralcio-vescovo, un tralcio-pastore, o un tralcio burocrate ecclesiastico, con uno speciale e superiore condizione nella vite. Gesù disse: “Ma voi non fatevi chiamare maestro, perché uno solo è il vostro maestro: Il Cristo, e voi siete tutti fratelli. E non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è vostro Padre, colui che è nei cieli” (Mt. 23:8,9).

Finalità di un’amicizia

Perché Iddio, in Gesù, ci ha chiamati a diventare Suoi amici? Egli, in questo, non aveva alcuna “convenienza” o “tornaconto”. Se non lo avesse voluto e fatto, Egli si sarebbe risparmiato senz’altro molti fastidi… Si potrebbe senz’altro dire “Chi glielo ha fatto fare a venire quaggiù per gente come noi, e morire sulla croce con terribili sofferenze?”. Avrebbe potuto benissimo fare a meno di noi, anzi, senza darsi tante pena, spazzarci via da questo mondo come elementi disturbatori della meravigliosa Sua creazione, come aveva fatto un giorno mandando il diluvio sulla terra, pentito di aver fatto l’uomo. Eppure… Egli salvò Noè e la sua famiglia… eppure Egli ha voluto chiamare noi alla salvezza! Perché?

Per amore, certo. Per compassione, certo. Il nostro testo però dice: “…e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (v. 16). Non c’è infatti nulla di bello nella morte e nella sterilità. Dio ama la vita e la fecondità! E’ proprio nella vita e nella “produzione” di cose buone, a gloria di Dio, che si trova la realizzazione ultima della nostra esistenza. Iddio dice nella Sua Parola: “Provo forse piacere della morte dell’empio?»; dice il Signore, l’Eterno, «e non piuttosto che egli si converta dalle sue vie e viva?” (Ez. 18:23), e ancora: “Di’ loro: Com’è vero che io vivo», dice il Signore, l’Eterno, «io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie. Perché mai dovreste morire, o casa d’Israele?” (Ez. 33:11).

Già, “perché mai dovreste morire”? Che cosa c’è di bello nella morte, nella distruzione, nella rovina, nell’immobilità, in un arido deserto? Il Signore vuole mandare la sua “pioggia” sul “deserto” e vederlo “rifiorire”. Non è forse “più bello”? Il Signore ama le cose belle, e ci chiama alla conversione volendo farci diventare suoi amici, perché un uomo ed una donna convertito, che produce buoni frutti in linea con il carattere di Dio, è qualcosa di bello, di meraviglioso, di entusiasmante.

La conversione è “bella”! Vorreste mettere in dubbio il “senso estetico” di Dio? Che c’è di più bello di un criminale che diventa, per grazia di Dio, un benefattore ed un amico di Dio? Che c’è di più bello di un peccatore come noi che, per grazia Sua, si pone al servizio di Dio e produce buone cose, ottime cose, alla Sua gloria? Egli non solo vuole che la nostra vita produca frutto, ma Gesù aggiunge: “…e il vostro frutto sia duraturo”, cioè permanente, stabile, una “fonte che zampilla eternamente di buona acqua salutare”.

Più ancora di questo, Dio, in Gesù, vuole la nostra amicizia, dice il nostro testo, “…affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome, egli ve la dia” (v. 16), affinché, cioè, ogni cosa sia ricondotta, come deve essere, nell’ambito di Dio, perché ogni cosa si realizza pienamente solo in Lui. “Chiedere” a Dio, e da Lui “ricevere” ciò che Gli è gradito, è una possibilità meravigliosa che può essere realizzata solo nell’ambito di un’intima amicizia! Non lo vorremmo noi? Questo è ciò che Gesù desidera quando ci offre la Sua amicizia! Non c’è nulla di buono e di veramente produttivo nel volere rimanere Suoi nemici, sterili di opere buone, fonte che non dà acqua fresca e pulita, ma solo putridume!

La prova della Sua amicizia

Vi sono ancora due cose che il nostro testo ci comunica sull’amicizia e sull’amore di Dio. La prima è certamente una domanda che, ciechi, molti si fanno: “Come ci dimostri, o Dio, la Tua amicizia? In che cosa dimostri veramente di averci amato e di amarci?”. Il nostro testo risponde a chiare lettere in due modi. Il modo più grande è al versetto 13: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la propria vita per i suoi amici”, e poi anche al versetto 15, dove troviamo: “…ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udito dal Padre mio”.

Ci deve essere senz’altro qualche motivo, e un grande motivo, per qualcuno che, potendolo benissimo fare a meno, viene quaggiù a sporcarsi nel nostro mondo e addirittura a morire la terribile morte di croce! Non finirò mai di sottolineare quel “potendolo benissimo fare a meno”. Perché il Cristo viene in questo mondo e muore su una croce? Per masochismo? Certo No. Evidentemente c’è un motivo di capitale importanza se Gesù dice di averlo fatto per noi, e solo per noi.

Ascoltate ciò che dice la Bibbia: “…Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mt. 20:28). L’apostolo Giovanni, nella sua prima lettera, definisce la sostanza stessa dell’amore così: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (1 Gv. 3:16).

C’è forse qualcuno che oserebbe ignorare o peggio disprezzare il sacrificio di Cristo sulla croce? La Bibbia ci spiega chiaramente il significato del sacrificio di Cristo sulla croce come espiazione dei nostri peccati. E’ un termine poco famigliare a molti. Eppure dovremmo chiedercene il significato, e non darci pace finché non lo comprendiamo. Non farlo, sarebbe come se uno ci salvasse la vita e volesse raccontarci come l’ha fatto, e noi gli rispondessimo: “E chi se ne importa? Mi hai salvato la vita: e allora? Hai dovuto soffrire enormemente per farlo? Stupido te: ora sono vivo, peggio per te se l’hai dovuto fare”, e nemmeno lo ringraziaste. Meriteremmo che fossimo ricacciati nell’acqua dalla quale siamo stati salvati!

Gesù, poi, ci dice: “…ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udito dal Padre mio” (v. 15). Anche questo è davvero meraviglioso: Gesù ci ha fatto conoscere, e ci fa conoscere, attraverso la Sua Parola rivelata. L’apostolo Paolo, nella lettera agli Efesini, dopo aver parlato di Gesù “in cui abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia” (Ef. 1:7), aggiunge quelli che sono alcuni fra i Suoi doni certo non secondari… “egli ha fatto abbondare verso di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà secondo il suo beneplacito che egli aveva determinato in se stesso, per raccogliere nella dispensazione del compimento dei tempi sotto un sol capo, in Cristo, tutte le cose, tanto quelle che sono nei cieli come quelle che sono sulla terra. In lui siamo anche stati scelti per un’eredità, essendo predestinati secondo il proponimento di colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della sua volontà, affinché fossimo a lode della sua gloria, noi che prima abbiamo sperato in Cristo” (Ef. 1:8-12). La straordinaria ricchezza della sapienza di Dio è a nostra disposizione nelle pagine della Bibbia, il libro del popolo di Dio, di cui Egli ci ha fatto dono proprio perché ci considera Suoi amici. Non vorremmo scavare in questo tesoro nascosto e dissotterrarne per noi stessi le ricchezze?

La prova della nostra amicizia verso di Lui

C’è un ultimo punto, quando si tratta di definire la beata amicizia che Iddio instaura con noi nella persona di Cristo. E’ quello che potremmo chiamare “l’espressione della nostra reciprocità”. Cristo ci ha ampiamente provato la “sostanza” della Sua amicizia. Anche noi dobbiamo provare, dimostrare, di averlo capito e di praticarla. Il nostro testo infatti dice ancora: “Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando”. Sottolineiamolo mille volte. Gesù dice: “Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando” (15:14).

Anche per noi vale lo stesso principio: non basta dire di essere amici di Gesù, bisogna dimostrarlo. Non basta dire di essere cristiani, bisogna dimostrarlo nei fatti, e questi “fatti” sono l’ubbidienza, l’ubbidienza alla volontà del Signore Gesù Cristo. Sono io ubbidiente al Signore Gesù Cristo? Siete voi ubbidienti al Signore Gesù Cristo? Conosco io, e conoscete voi, la Sua volontà? Sapete che cosa Gli fa piacere e cercate di realizzarlo? La mia vita “fa piacere” al mio amico Gesù? Essere amici di qualcuno significa compiacerlo, soddisfarlo, renderlo contento. Non c’è gioia più grande in una persona che rendere contento il proprio amico.

Per trovare amici bisogna essere amici, per avere un amico bisogna esserne uno. Il libro dei proverbi dice: “L’uomo che ha molti amici deve pure mostrarsi amico” (Pr. 18:24). Inoltre l’amicizia va coltivata. Sembrano osservazioni banali, scontate, ma le mettiamo in pratica? Essere amici di Gesù significa prendersi tempo per Lui, ascoltarlo di frequente, parlarci di frequente, interagire con Lui regolarmente!

L’amicizia con Gesù è cosa seria che implica impegno. Sia lode a Dio che sta finendo il tempo dell’essere cristiani “per tradizione”, sia lode a Dio che sta finendo il tempo in cui “tutti sono cristiani” e “tutti sono iscritti sul registro della chiesa e battezzati”. E’ ora di farla finita con queste offensive ipocrisie. Non si può essere amici di Gesù “per tradizione”. Vi immaginare dire di essere amici di qualcuno perché questo è stato scritto su un pezzo di carta una volta, qualcuno che nemmeno si conosce, nemmeno si frequenta, e tanto meno si compiace? Si può essere amici di qualcuno mandandogli solo una cartolina di buon anno …una volta l’anno?

Non sarebbe Gesù giustamente offeso di avere simili “amici”? Un amico vero lo si conosce, lo si frequenta, si ha rapporti con lui, e gli si fa piacere! E’ così il nostro essere cristiani. Lo dovrebbe.

Conclusione

Siamo partiti osservando che l’amicizia, quella autentica, è una cosa rara e preziosa, soprattutto oggi dove, anche fra di noi, prevale un fortissimo individualismo, tanto, talvolta, da non sapere neanche più che cosa sia una vera amicizia ed essere incapaci di coltivarne una! Quanto individualismo c’è nella mia vita? …e dico anche d’essere contento di vivere cosi! Eppure io devo imparare ad apprezzare che l’amicizia è fra i tesori più grandi della vita umana, e soprattutto devo imparare a gustare l’amicizia con Gesù alla quale sono chiamato. Sono ancora lontano dall’aver fatto esperienza di tutte le potenzialità dell’amicizia con Gesù. Accogliamo allora con gioia Gesù che ci dice: “Facciamo amicizia!”.

(Paolo Castellina, sabato 15 gennaio 2000 . Tutte le citazioni bibliche, salvo diversamente indicato, sono tratte dalla versione Nuova Diodati, Edizioni La Buona Novella, Brindisi, 1991).

LETTURE SUPPLEMENTARI

1. Salmo 122 (preghiera per la pace di Gerusalemme).

2. Isaia 41:1-17 (Incoraggiamento ad Israele che può contare sulla potenza ed aiuto di un grande Dio).

3. Luca 11:6-13 (Parabola dell’amico importuno).

Fonte: riforma.net, suggerimento Dario Carrubba.

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