La paura di perdere quello che non si ha!


“… e a chi non ha, anche quello che ha gli sarà tolto” (Mar. 4.25)

Quasi tutti, prima o poi, vengono colti dalla paura del futuro. In certi momenti il presente ci sembra contenere minacciosi presagi, davanti ai quali ci afferra un’indefinita paura di quello che ci potrà capitare.

A pensarci bene, la paura del futuro è sempre paura di perdere qualcosa. La paura ci fa vedere il futuro come una grande voragine, in cui qualcosa di prezioso, che adesso stiamo tenendo in mano, può andare a precipitare. Possiamo pensare, per esempio, al benestante che ha paura di perdere la sua agiatezza, al lavoratore che ha paura di perdere il suo posto di lavoro, al giovane ambizioso che ha paura di perdere le sue possibilità di affermazione, alla persona di prestigio che ha paura di perdere la sua dignità, alla persona di potere che ha paura di perdere la sua autorità, alla persona sana che ha paura di perdere la sua salute, ecc.

Quando ci troviamo in situazioni di questo tipo, ci sembra quasi che una potenza avversaria sia in agguato per strapparci di mano quello che abbiamo.

D’altra parte, se temiamo che qualcosa ci possa essere strappato di mano, vuol dire che nel fondo di noi stessi avvertiamo che ciò che vorremmo a tutti i costi trattenere non è realmente, definitivamente nostro. Qualcosa di buono ci è capitato tra le mani e senza porci tanti problemi ce ne siamo impossessati; ma sentiamo che prima o poi dovremo restituirlo. Saremo accusati di appropriazione indebita.

Si può dire che ogni paura del futuro è una manifestazione della paura della morte. Abbiamo paura di morire perché ci comportiamo come se potessimo liberamente disporre della nostra vita, pur essendo in fondo consapevoli che la vita non ci appartiene. La vita ci è stata data e, se non riconosciamo il Donatore e non lo ringraziamo, essa ci verrà tolta. La paura di morire è simile all’angoscia che coglie l’amministratore disonesto che comincia a temere di essere scoperto nei suoi imbrogli: è la paura di dover un giorno fare i conti con il legittimo proprietario.

“La paura implica apprensione di castigo; e chi ha paura non è perfetto nell’amore” (I Giov. 4.18).

Il proprietario di ogni cosa buona, compresa la nostra stessa vita, è Dio . C’è allora un solo modo per vincere la paura della morte, e quindi ogni altra paura del futuro: fare subito i conti con Dio, senza nascondere nulla e senza barare.

Se, seguendo le orme di Adamo ed Eva, vogliamo appropriarci della vita che abbiamo, essa non sarà mai interamente nostra, e quindi un giorno ci verrà strappata di mano. Se, viceversa, consegniamo la nostra vita a Dio, Egli ce la ridarà, o meglio, ci darà una nuova vita che sarà interamente, definitivamente nostra. Sarà una “vita eterna”, che non avremo paura di perdere, perché tutto ciò che Dio dà nella Sua grazia è per sempre.

“Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Mat. 15.24 ).

Quando mi assale la paura del futuro, per prima cosa mi devo chiedere: che cosa sto cercando di salvare? che cosa sto tentando di tenere per me? che cosa non ho ancora consegnato al legittimo proprietario? Forse ho più soldi di quel che dovrei avere: per questo ho paura di dover perdere qualche comodità; forse ho dei progetti troppo ambiziosi: per questo ho paura di diventare un fallito; forse mi compiaccio di avere un ideale molto elevato: per questo ho paura di rimanere deluso; forse sto occupando una posizione troppo alta per le mie capacità: per questo ho paura di cadere nel ridicolo; forse esercito un potere che non mi compete: per questo ho paura di perdere la mia autorità; forse sto semplicemente godendo di cose buone e legittime, ma non riconosco in esse la bontà di Dio: per questo ho paura che un giorno mi possano essere tolte. Fare subito i conti con Dio significa riconoscere la sua bontà in tutte le cose buone che abbiamo, siano esse doti naturali, doni spirituali, persone care, relazioni, esperienze, oggetti, restando in un atteggiamento di continuo ringraziamento.

“In ogni cosa rendete grazie, poiché tale è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (I Tess. 5.18).

Significa anche ridare a Dio tutto quello che gli abbiamo fraudolentemente tolto, confessandogli in modo chiaro e distinto tutte le nostre indebite appropriazioni.

“Date all’Eterno, o figliuoli di Dio, date all’Eterno gloria e forza! Date all’Eterno la gloria dovuta al suo nome” (Sal. 29.1-2).

Una forma particolare di paura, solo apparentemente diversa dalle altre, è la paura di perdere le proprie certezze in materia di fede. Se qualche influenza esterna arriva un giorno a far oscillare qualcuna di queste certezze, si diffonde il timor panico: se crolla anche una sola delle incrollabili certezze, non potrebbe un giorno crollare tutto il castello? Per molti credenti arriva un momento della loro vita in cui si pongono, impauriti, una simile domanda.

Ma anche nel caso delle certezze di fede si può ripetere che ciò che temiamo di perdere non è, in realtà, veramente e definitivamente nostro. Non lo abbiamo preso umilmente dalle mani di Dio, ma ce ne siamo impossessati nel nostro zelo carnale. Arriverà quindi il momento in cui queste “nostre” certezze ci verranno tolte.

Ciò che in noi può crollare, deve crollare. Ciò che può bruciare, deve bruciare, affinché rimanga in piedi soltanto ciò che è costruito con “oro e pietre preziose”.

La paura di perdere le proprie certezze di fede è la paura di dover un giorno ammettere la propria incredulità.

Chi difende Dio con animo ansioso e turbato invece di annunciarlo con tranquilla e gioiosa convinzione, non difende Dio, ma se stesso.

Se la dottrina che professiamo è l’espressione autentica di ciò che Dio, e nessun altro, ha operato in noi per mezzo della sua parola, allora saremo certamente in grado di parlarne a tutti e in ogni occasione “con dolcezza e rispetto”.

Non avremo paura, né diffonderemo paura, perché non vivremo nel timore di precipitare nel vuoto della nostra incredulità, ma avremo sempre la fiduciosa certezza che “nessuna cosa potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.

Marcello Cicchese

 

(sorgente:ilvangelo.org)

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