“In prigione ho sentito la presenza di Dio”

KIEV – Un estratto dall’articolo che Yulia Timoshenko, già premier ucraina e attualmente incarcerata in seguito a una discussa condanna per abuso di potere, ha scritto dalla sua cella svelando, tra l’altro, la sua fede.

Si dice che non esistono atei nelle trincee. Dopo il mio processo-spettacolo, e quattro mesi e mezzo in cella, ho scoperto che gli atei non esistono nemmeno in prigione.

Quando, nonostante un dolore insopportabile, venite interrogati per decine di ore, senza intervallo, e quando l’intero sistema coercitivo di un regime autoritario cerca di screditarti e annientarti una volta per tutte, la preghiera resta l’unica conversazione rassicurante, intima e confidenziale che uno può avere. Scopri che Dio è il tuo unico amico, e l’unica famiglia che ti rimane. Non ti permettono nemmeno la visita di un prete di fiducia, e non resta nessun altro a cui confidare paure e speranze.

In questa stagione dedicata all’amore e alla famiglia, la solitudine di una cella di prigione è quasi insopportabile. Il grigio, mortificante silenzio della notte [...] le improvvise urla dei detenuti, grida di disperazione e rabbia, il distante clangore delle serrature: tutto questo rende impossibile dormire, o trasforma il sonno in un tormento di inquietudine. Ma la cosa strana è che i vostri sensi non vengono storditi da questo mondo morto e terribile. Al contrario, ne vengono riaccesi. La mente si libera dai problemi quotidiani per rivolgersi ai valori inestimabili e al tuo rapporto con essi: la libertà di spirito, il regalo veramente a sorpresa di questo Natale. Nell’oscurità della cella ricevo forza e speranza dal fatto che Dio, in qualche modo, è vicino a me. Dove dovrebbe essere Cristo, se non con quelli che soffrono e sono vittima di persecuzioni?

Ho letto di recente le meravigliose «Lettere dalla prigione» di Dietrich Bonhoeffer, nelle quali invocava un Cristo in grado di offrire carità al mondo che in quel momento veniva martirizzato. Scritto in una cella stretta, umida e putrida, è un libro ricco di fede, aperto all’opportunità e, sì, alla speranza, perfino nell’ora più oscura di una vita umana. [...]

Non mi spaccio per esperta di fedi religiose e valori spirituali. Sono soltanto una credente che non accetta l’idea che la nostra esistenza sia la conseguenza di uno strano incidente cosmico. Io credo che siamo parte di un disegno misterioso e complesso, di un atto la cui fonte, direzione e obiettivo, per quanto difficili da cogliere certe volte, hanno un senso, anche quando uno sta dietro le sbarre di una prigione. C’è solo fede nell’idea che le nostre vite valgono qualcosa, e che le nostre decisioni devono venire giudicate dal loro contenuto morale [...]

Il Natale è simbolo della possibilità di un nuovo inizio per tutte le donne e tutti gli uomini. Le ultime parole di Bonhoeffer furono: «Questo per me… è l’inizio della vita».

Fonte: La Stampa (27/12/2011), tramite Evangelici.net

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